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giovedì 18 gennaio 2018

Il bhakti rasa

Sua Divina Grazia A.C.Bhaktivedanta Swami Prabhupda

Bhakti significa servizio devozionale. Tutti gli esseri in questo mondo accettano di servire in un modo o nell’altro, spinti dall’attrazione che esercita su di loro questa o quella forma di servizio, oltre che dai benefici che ne derivano. Così, spinto dall’affetto per la moglie e i figli, il padre di famiglia lavora giorno e notte, lo stesso fa il nazionalista per amore della patria, e il filantropo per amore dell’umanità. La forza che spinge il filantropo, il padre di famiglia e il nazionalista è chiamata rasa, una specie di dolce sentimento. Ma il bhakti-rasa è differente dal rasa che cercano i materialisti faticando giorno e notte. Il gusto di questo rasa, che procura soddisfazione solo ai sensi materiali, non dura a lungo, perciò i materialisti sono sempre alla ricerca di nuovi mezzi di soddisfazione. Un uomo d’affari, per esempio, dopo aver lavorato tutta la settimana, vorrà isolarsi per qualche giorno in un luogo dove poter dimenticare le sue preoccupazioni. Ma dopo questa fuga dovrà tornare di nuovo ai suoi affari.

Impegno materiale significa accettare una particolare situazione per un certo periodo di tempo e quindi cambiarla. Questo alternarsi di ricerca del piacere e di rinuncia è detto bhoga-tyaga. Un essere vivente non può rimanere in modo permanente né nel godimento dei sensi né nella rinuncia. Questa successione di stati transitori non può procurare la felicità che corrisponde alla natura eterna dell’essere vivente. Il piacere materiali non dura a lungo, perciò è chiamato capala-sukha, o felicità evanescente. Per esempio, un padre che lavora duramente giorno e notte riuscendo ad assicurare una situazione agiata alla sua famiglia ottiene una certa soddisfazione, ma la sua scalata alla felicità materiale termina col corpo appena la sua vita finisce. Per gli atei dunque Dio è rappresentato dalla morte.

Il devoto realizza Dio attraverso il servizio devozionale che Gli offre, mentre l’ateo realizza la presenza di Dio nella forma della morte. Alla morte tutto finisce, e comincia un nuovo capitolo di vita in una nuova situazione, forse superiore o forse inferiore alla precedente. In qualsiasi campo di attività –politica, sociale, nazionale o internazionale- il risultato della azioni di un uomo finirà con la fine della sua vita. Questo è certo.

Ma il bhakti-rasa, il dolce sentimento che si prova servendo il Signore con amore e devozione, non finisce con la fine della vita. Continua anche dopo la morte, perciò è chiamato amrita, eterno. Questo fatto è confermato in tutti gli Scritti vedici, in particolare nella Bhagavad-gita, in cui si afferma che sviluppando il bhakti-rasa, anche in piccole proporzioni, ci si può salvare dal pericolo più grande, quello di non saper approfittare della vita umana per raggiungere la perfezione spirituale. Invece, i rasa materiali che le nostre occupazioni familiari o sociali ci procurano non possono garantirci nemmeno una forma umana nella prossima vita. Le azioni compiute in questa vita determinano la natura del nostro prossimo corpo, e ci permettono di rinascere in condizioni più o meno favorevoli. L’essere vivente si vedrà offrire un particolare tipo di corpo come risultato delle azioni compiute nel corpo attuale. Queste azioni sono valutate da un’autorità superiore, conosciuta come daiva, l’autorità di Dio.

La Bhagavad-gita definisce il daiva come la causa prima di ogni cosa, e lo Srimad-Bhagavatam aggiunge che l’anima si riveste di un corpo per la forza del daiva-netra, cioé sotto il controllo dell’Autorità Suprema. Si parla generalmente di destino per tradurre l’idea di questa forza. È questa forza che dirige l’essere verso una delle 8.400.000 specie viventi. La scelta non dipende dalla nostra preferenza, ma il corpo ci è dato secondo il nostro destino. Tuttavia, colui che consacra ogni azione a Krishna ha la garanzia di ottenere almeno un corpo umano.

(Tratto da ‘Il Nettare della Devozione’, Bhaktivedanta Book Trust Italia)

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